22
Feb
08

Semantica dei sentimenti

Rincasando riflettevo su i perversi meccanismi che dominano i sentimenti umani.

In particolare pensavo a quanto sia facile provare empatia nei confronti di una persona, e viceversa quanto sia difficile provare sincera simpatia per qualcuno. Le due parole, lo capirebbe anche un cercopiteco affetto da trisomia 21, hanno molto in comune, ma denotano due cose ben diverse. Non voglio dare sfoggio di chissà quale conoscenza (sì, ho controllato: si scrive senza la “i”), ma banalmente le due parole hanno la stessa radice (dal greco “patheya” sentimento), ma suffissi differenti. Quella che può sembrare soltanto una sfumatura tra le due parole descrive però due stati d’animo ben differenti.

L’empatia è il vivere, di riflesso, il sentimento di un altro. Per dirla in parole povere, la capacità di immedesimarsi nelle sventure altrui. Il sentimento più comune legato all’empatia è la pena, o la pietà o la commozione. Quando il cane vi fa gli occhi dolci dopo aver pisciato sul tappeto in sala, riuscendo a convincervi che è sinceramente contrito del suo misfatto provate (senza alcun motivo) empatia.

La simpatia, invece, non è (soltanto) quel sentimento che provate per la commessa del supermercato. Simpatia è sperimentare all’unisono con un altra persona il medesimo sentimento. Un pò come risuonare della stessa melodia o illudersi che il vostro ragazzo sia genuinamente commosso dal tramonto che state ammirando (quando in realtà sta solo rimuginando su elaborate fantasie sessuali o peggio, pensando al risultato della partita di calcio).

Ma facciamo un esempio.

In questa mia ennesima stagione da stagista, è capitato che “il capo” si sia ammalato. Ho avuto occasione di sentirlo telefonicamente dal suo letto di dolore quando, con voce tremante e sofferente, mi chiedeva come andassero certi compiti che mi aveva affidato.
E così, è successo. Mi sono preoccupato per lui. Per quella persona che in poco meno di due mesi mi ha fatto fare di tutto (dall’attaccare quadri al fissare porta asciugamani) fuorchè insegnarmi il suo lavoro, obiettivo primario di qualsiasi stage appena decente. E mi sono detto: “Sta a vedere che col tempo mi è venuto pure simpatico…”

Poi, ancora a casa in convalescenza, “il capo” ha riiniziato ad assegnarmi compiti assurdi, addirittura dalla poltrona di casa sua ed io, magicamente, ho smesso di preoccuparmi per la sua salute, augurandomi dal recesso più buio della mia anima che potesse avere magari una piccola ricaduta. La mia passata preoccupazione era evidentemente dettata da empatia.

Alla luce dell’origine etimologica delle due parole ho preso così una decisione: proverò simpatia per “il capo” solo quando mi farà socio (magari di maggioranza) dell’azienda.


11 Responses to “Semantica dei sentimenti”


  1. 1 Stupida Illusa -.-
    febbraio 22, 2008 alle 9:08 pm

    [illudersi che il vostro ragazzo sia genuinamente commosso dal tramonto che state ammirando (quando in realtà sta solo rimuginando su elaborate fantasie sessuali o peggio, pensando al risultato della partita di calcio)….]

    Qualcosa mi dice che al mare l’altra volta pensavi a tutto …tranne che al mare -.-;

  2. 2 tiamat77
    febbraio 22, 2008 alle 10:46 pm

    Non credo che il mare si offenderà se pensavo a:

    (marcare la risposta corretta per salvarsi la vita)

    1) – I tuoi bellissimi occhi
    2) – I tuoi bellissimi capelli
    3) – Le tue bellissime orecchie
    4) – Quello che avevamo fatto la sera prima
    5) – L’ultimo maledettissimo livello di Halo 3

    … vediamo… credo che sceglierò la numero 3!

  3. 3 irene
    febbraio 23, 2008 alle 12:28 pm

    e ti dirò di +:
    in inglese empatia si dice sympathy ( ma anche empathy)
    e poi ad esempio si dice quando qualcuno prova la stessa cosa di un altro ( tipo a me mi fa male la testa e ti fa male anche a te) che è “per simpatia”
    penso quindi che solo in italiano e nell’uso corrente le due parole si siano differenziate nel significato..

    cmq, peace, love and empathy

    ( povera “stupida illusa -.-” tvtb :*)

  4. 4 tiamat77
    febbraio 23, 2008 alle 1:33 pm

    In realtà son convinto che sia l’uso corrente nell’inglese ad aver impoverito le due parole, ben distinte anche in terra di Albione. Del resto l’origine etimologica è greca, quindi non si sbaglia.

    L’inglese è una lingua facile da imparare e tutto sommato anche bella da usare (basti pensare alle canzoni o ai sonetti di Shakespeare), ma è anche enormemente piatta e povera di significati, soprattutto se confrontata col nostro italiano.

  5. 5 Madness
    febbraio 23, 2008 alle 4:48 pm

    PREfissi, che diamine, non SUFfissi.

  6. 6 Madness
    febbraio 23, 2008 alle 4:54 pm

    Inoltre, l’empatia è una capacità, qualcosa di cui si è in grado, col tuo capo hai usato la tua empatia per provare simpatia per lui.

    Simpatia ha in effetti più significati, quello passivo, descrivente lo status in cui ci si trova, e quello attivo, del ruolo del sentimento che ci mette in tale status. L’empatia invece è sempre una sorta di “senso” che ci lascia percepire sensazioni, che poi eventualmente possono toccarci o meno.

    Un uomo freddo e distaccato può essere molto empatico, ma per nulla simpatico.

  7. 7 Madness
    febbraio 23, 2008 alle 4:57 pm

    Vedi anche il significato di “comunione” (dei sentimenti).

    [/vain banter post IQ test]

    Qualcuno sa dove mettere dell’ego extra? Non vorrei pagare oneri di stoccaggio, o essere costretto a buttarlo nell’immondezzaio che è Napoli ora.

  8. 8 tiamat77
    febbraio 23, 2008 alle 5:00 pm

    E io che pensavo di fare la figura del saccente…

    Se hai dell’ “io” in disavanzo, organizza un combattimento con il tuo “super-io”. Di quelli che si fanno tra galli, o tra scimmie selvatiche. Sono pronto a scommettere 10 sacchi sul tuo “super io”.

  9. 9 Madness
    febbraio 23, 2008 alle 8:00 pm

    Il mio superio è superiore a queste cose, fesso.

  10. 10 tiamat77
    febbraio 23, 2008 alle 8:24 pm

    E’ proprio perchè è superiore, che scommetterei su di lui.

  11. 11 Madness
    febbraio 23, 2008 alle 9:22 pm

    Ho capito, ma era necessario all’andamento della frase, era un pro forma, non una offesa, come già detto, tivibi.


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