In un momento non ben precisato della fine degli anni ‘80, casualmente prossimo all’uscita nelle sale de “L’attimo fuggente”, la massima Oraziana “Carpe diem” è tornata di gran voga.
Senza dubbio un risultato straordinario, per un motto con quasi 2000 anni di vita. Soprattutto considerando che la frase è vergata in una lingua decisamente più morta che viva.
Personalmente, non ho nulla contro il film interpretato (tra gli altri) da Robin Williams. Non foss’altro perchè non ho, colpevolmente, mai finito di vederlo e quindi non mi sembra opportuno esprimere giudizi. Ritengo però di essere stato plagiato da una cattiva interpretazione della massima.
Per farla breve, a me questo “cogli l’attimo” mette ansia. E la traduzione non è nemmeno questo granchè.
Non so ma, messa così, mi ha sempre fatto pensare di essere in ritardo. In fottuto, clamoroso, ritardo.
Come se avessi dovuto fare qualcosa (e non si sa bene cosa) che adesso (non si sa bene perchè) non posso più fare.
E finisce che, se ci penso, vivo ogni attimo con TERRORE.
Il terrore di perdere un’occasione.
L’ansia di non capire.
La preoccupazione di non comprendere.
L’orrore di non aver vissuto, con pienezza, ogni momento della mia vita.
MA CHI CAZZO LO DECIDE SE IO VIVO O NO, COMPLETAMENTE, OGNI ATTIMO?
Ma soprattutto, a qualcuno interessa qualcosa?
Certo, a me dovrebbe interessare. E sicuramente, quando qualcuno mi ripete, con tono paterno “carpe diem”, il pensiero va subito al tempo passato, ai risultati ottenuti, a quello che mi è scivolato fra le dita.
Insomma, con me, Orazio, ha fatto un gran danno. Inconsapevolmente. E poco importa sapere che il suo messaggio originale era un altro. Quel “quam minime credulo postero” (questo ve lo traduco bene: “confidando il meno possibile nel domani), che vorrebbe essere un invito palese al non pensarci troppo, all’evitare quanto più possibile di masturbarsi la mente con pensieri che sono sempre e solo dannosi.
Ormai però, l’imprinting è avvenuto. E quello che voleva essere diventato un invito a vivere, non tanto con spensieratezza, o sensa progettualità, bensì con la serenità di chi comunque non può sapere cosa accadrà domani o quale sarà il risultato delle proprie azioni; per me è diventato un monito, asfissiante e foriero di null’altro che ansia.
Insomma, era quasi meglio se ne “L’attimo fuggente” avessero usato il “memento mori” (ricordati che devi morire) dei frati trapisti, ed ancor prima, dei generali romani.
Adesso, forse sarei una persona più serena.

Il discorso meriterebbe un vasto approfondimento.



